She/Her, He/Him, They/Them: i pronomi non sono più un fatto di grammatica

di Redazione 10 Gennaio 2022 • 4 minuti

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Identità di genere al tempo dei social. Perché è importante dare valore ai pronomi di genere ed evitare errori e misgendering.

La bio dei nostri account social è un biglietto da visita virtuale. In poche parole, dobbiamo riuscire a includere al suo interno tutto quello che siamo. Personalità, ambizioni, gusti. È difficile ridurre in così poco spazio – 150 caratteri al massimo – il nostro “io”.

Ma io chi sono?

Tutto inizia da un pronome.

«O sei maschio o sei femmina». Scegli. Lui o lei. A discapito di quanto ci hanno fatto credere, i pronomi non sono scatole in cui inserirsi e chiudersi a vita. E no, se pensi che i canoni estetici di una persona siano sufficienti a etichettarla, allora stai perdendo di vista il punto della questione.

Abbiamo superato, soprattutto guardando ai più giovani, quella fase per cui i capelli corti sono “da maschio” e lo smalto sulle unghie lo mettono solo “le femminucce”. Dicesi espressione di genere il modo in cui una persona esprime la sua personalità (vestiti, trucco, capelli, come parla, si muove etc.), indipendentemente dal sesso o dalla propria identità di genere.

 

"I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo."

Ludwig Wittgenstein, filosofo.

Voce del verbo MISGENDERARE

She/Her, femminile, He/him maschile, They/Them neutro. Quando sui social trovi questi pronomi di genere non scatenare il boomer che c’è in te. Quello che vedi non ha a che fare con la grammatica, ma è un’identificazione di genere ben chiara e da rispettare.

I primi a usare i pronomi sono stati gli appartenenti alla comunità transgender, per evitare il misgendering, ovvero quella confusione che può generarsi rispetto al genere da utilizzare. La causa è stata abbracciata sempre più anche da persone no-binary, agender e gender fluid, fino ai cisgender, coloro che si identificano con il sesso di nascita. 

Sui social, sono sempre più gli utenti che inseriscono i loro pronomi all'interno delle biografie, seppur in molti non abbiano una reale necessità. La moda del momento? Non proprio. Allora perché lo fanno? (E perché dovresti farlo anche TU).

È un atto di supporto e sostegno ai gruppi che ne hanno bisogno. Per la comunità LGBT+ esplicitare il proprio pronome non è una passeggiata. Spesso questa diventa l’occasione per venire attaccati con l’utilizzo di pronomi sbagliati, o derisi con il deadname (ovvero il nome assegnato alla nascita con cui non ci si riconosce più). Normalizziamo il fatto di usare i pronomi di genere. Anche solo per non nascondere in un angolo le mille sfumature d’identità che ci circondano, oltre a quella rispettata e riconosciuta dalla nostra società.

Correct pronouns for different genders on light pink background with copy space. Concept of Lgbtq plus, transgender and bigender tolerance, respect and equal rights

Si scrive They/Them ma non si legge loro

In inglese they - e le declinazioni them, their, theirs e themselves - è il pronome di terza persona plurale che in italiano traduciamo con “loro”. Nel modo in cui lo usano tutte le persone che lo indicano come proprio pronome, però, ha un significato diverso: definito singular they, cioè “they singolare”, ha la funzione di pronome singolare neutro. Risolvere questo “problema” nella lingua inglese è stato più facile perché sostantivi, aggettivi e verbi non hanno desinenze che ne indichino il genere.

In Italia è ancora complicato parlare di specificare i propri pronomi, anche perché nella nostra lingua si usano molto meno rispetto all’inglese. È invece più urgente, e complicato, risolvere il problema con “gli” e “le”, pronomi personali con funzione di complemento. L’italiano è un linguaggio prettamente maschile, facciamo spesso fatica a trasformare al femminile alcune mansioni (avvocatA? Orrore). La questione principale, quando si parla di trovare soluzioni linguistiche per le persone non binarie, è comunque quella delle desinenze e, infatti, la cosa più simile al they singolare che si sta diffondendo in Italia è l’uso dello schwa.

Lo schwa non è una parolaccia

Si scrive ə (si pronuncia tenendo rilassata la bocca, proprio così), e serve a rendere la lingua italiana più inclusiva. Una forma intermedia tra A ed E: questa sua caratteristica lo rende adatto al ruolo di identificatore del mix di generi maschile e femminile o di una moltitudine mista. È già disponibile sulle tastiere degli smartphone Android e iOs - per selezionarlo, ti basterà tenere premuta la lettera “e”.

Lo schwa è una desinenza finale neutra che punta a mettere in discussione il maschile come default. Neanche a dirlo, ha già causato non poche polemiche. Le lingue parlate sono tali proprio perché evolvono e rispecchiano i cambiamenti della società, allineandosi alle esigenze culturali che emergono nel tempo. In un contesto socioculturale in cui si combatte per il riconoscimento dei diritti delle donne e delle persone LGBT+, soppiantare il maschile come formula generica per indicare un gruppo variegato di persone non sembra un’idea troppo improvvisata.

Riusciremo a rispettare il prossimo quando capiremo che la lingua non è un limite o un confine, ma un ente in perenne mutazione. Da studiare, modificare, aggiornare. 

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