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Inclusione, celebrazione della diversità e apertura a storie e personaggi poco o mai rappresentati sullo schermo: le nuove parole d’ordine di Hollywood.

«And the winner is…»: tutti. Negli ultimi dieci anni, Hollywood è davvero cambiata. E con essa il premio principale assegnato dall’industria del cinema. Non solo per le storie che oggi conquistano l’Academy, ma anche per la nuova generazione di nomi (e, dunque, di votanti) che rispecchia uno scenario davvero internazionale. E dopo il boom di Parasite, ecco cosa è successo quest’anno…

Perchè Parasite ha vinto? Perchè è un capolavoro universale, capace di drammatizzare un tema che parla davvero a tutti e ovunque: la lotta di classe. E perchè, negli ultimi anni, l'Academy ha rinnovato le sue fila con nuovi membri più giovani, di etnie, generi, orientamenti sessuali e culture differenti. Che non hanno paura di cambiare le cose. Il trionfo di Bong ha davvero inaugurato l'era della diversity.

La rivincita del cinema indiependente tra i film con più premi Oscar degli ultimi anni

Dopo il boom del trio messicano che ha espugnato l’industria del cinema statunitense sbancando anche ai principali premi (Alfonso Cuarón con Gravity e Roma, Alejandro González Iñárritu con Birdman e Revenant e Guillermo del Toro con La forma dell’acqua), nel 2020 Parasite, primo titolo sudcoreano mai candidato agli Oscar, si portava a casa quattro delle statuette principali, compresa quella per il miglior film. Bong Joon-ho arrivava a Hollywood per espugnare la massima istituzione del cinema internazionale: «I sottotitoli non devono essere una barriera», diceva dal palco del Dolby Theatre. Perché Parasite ha vinto? Perché è un capolavoro universale, capace di drammatizzare un tema che parla davvero a tutti e ovunque: la lotta di classe. E perché, negli ultimi anni, l’Academy ha rinnovato le sue fila con nuovi membri più giovani, di etnie, generi, orientamenti sessuali e culture differenti. Che non hanno paura di cambiare le cose. Il trionfo di Bong ha davvero inaugurato l’era della diversity. Dopo il successo nel 2021 di Minari di Lee Isaac Chung, perfetto esempio dell’integrazione tra una produzione tutta americana e la creatività sudcoreana, nelle candidature 2022 questa onda lunga è testimoniata dall’exploit di Drive My Car del giapponese Ryūsuke Hamaguchi (nelle categorie di miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura non originale e miglior film internazionale). 

Black Lives Matter… anche sullo schermo: cambiano le regole per i film candidati agli Oscar

Dopo il caso #OscarsSoWhite, che tra il 2014 e 2015 ha investito l’Academy, la risposta dell’istituzione è stata allargare il bacino dei membri a professionisti del cinema in grado di rappresentare differenze e minoranze sempre più presenti nell’industria. Scelta che rispecchia anche le nuove regole all’interno delle produzioni, che tengono conto della diversity sia nei cast che nelle troupe. Nel frattempo, il movimento #BlackLivesMatter contribuiva a portare sullo schermo sempre più storie e personaggi afroamericani, con la nascita di una vera e propria Black Hollywood. E le candidature degli ultimi anni confermano questa direzione: nel 2017 Moonlight di Barry Jenkins vince come miglior film, battendo il super favorito La La Land e portando al grande pubblico il romanzo di formazione di un ragazzino nero e omosessuale. Poi si affermeranno titoli come Scappa – Get Out di Jordan Peele (premio per la migliore sceneggiatura), Black Panther di Ryan Coogler, tra i pochi film di supereroi “ammessi” agli Oscar, BlacKkKlasman di Spike Lee, finalmente premiato con una statuetta (per il copione firmato anche da lui), Judas and the Black Messiah di Shaka King. Fino a quest’anno con Una famiglia vincente – King Richard sulla formazione delle sorelle Venus e Serena Williams, con uno strepitoso Will Smith nei panni nel padre-manager.

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Il cinema è donna? La storia degli Oscar da un punto di vista al femminile

Il primo segnale del cambiamento era stato, nel 2010, l’Oscar per la miglior regia a Kathryn Bigelow con The Hurt Locker, salutato così dalla leggendaria Barbra Streisand: «Finalmente è arrivato questo momento». Era il primo mai ricevuto da una regista donna. Poi l’ondata #MeToo ha investito l’industria e, anche grazie a questo, oggi lo spazio per le autrici sta aumentando esponenzialmente. Il secondo Oscar al femminile per la regia, in 93 anni di storia dell’Academy, lo conquista nel 2021 Chloé Zhao per Nomadland. E quest’anno il successo di Jane Campion, che si fermò a un passo della statuetta nel 1994 con Lezioni di piano, conferma che ci siamo: 45 anni dopo la prima candidatura in assoluto per una regista, la nostra Lina Wertmüller con Pasqualino Settebellezze nel 1977, il vento sta davvero cambiando.

Oltre l’arcobaleno, la Gen Z e le previsioni Oscar 2022

E proprio nel momento in cui le cinquine hanno iniziato ad accogliere storie e personaggi sempre più inclusivi, agli Oscar c’è stato un rinnovamento anche nel racconto arcobaleno, incarnato letteralmente da una nuova leva di attori per cui non esistono confini nel mettere in scena emozioni e sentimenti. Vedi Timothée Chalamet, che, grazie al suo ruolo di lancio in Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino (per il quale ha ricevuto una meritata candidatura nel 2018 come miglior attore protagonista), ha rivoluzionato anche lo star system, rappresentando perfettamente una generazione sempre più fluida pure nella sua trasposizione al cinema e in tv.

 

Insomma, come dicono molti nell’industria: la strada è ancora lunga. Ma le produzioni degli ultimi anni (e quelle che arriveranno) dimostrano che tutto questo non è soltanto una moda passeggera, ma il segno di una reale mutazione del panorama audiovisivo globale. Il momento è arrivato per davvero.

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