«Se sbagli ti cancello»: fenomenologia della cancel culture

di Redazione 13 Settembre 2022 • 4 minuti

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Nell’epoca di internet nessun passo falso è ammesso. La cancel culture non risparmia nessuno e ogni errore rappresenta l’occasione perfetta per fare spazio nel mondo dei personaggi pubblici. Ma, cancellare le persone è davvero la soluzione migliore?

Di cancel culture si è sentito parlare in diverse occasioni e sempre relativamente a scandali che hanno macchiato la carriera di personaggi pubblici che fino a un momento prima erano universalmente considerati geni o artisti.
Di fatto, è così che funziona: qualcuno di importante, famoso, stimato, a un certo punto viene “smascherato”. Un pensiero politico controverso, una frase di troppo o una mossa azzardata: nulla sfugge all’occhio attento di internet e dei suoi user, che di perdonare non ne vogliono sapere. E così, di questo personaggio viene richiesta a gran voce l’eliminazione. Poco importa se fa l’attore, il modello, l’imprenditore. La cancel culture non perdona. La cancel culture ti cancella. Con un colpo di spugna e qualche milione di tweet.

Tra scandali, personaggi cancellati e discussioni sterili sui social, siamo sicuri che basti eliminare chi sbaglia dalla storia per risolvere alcuni problemi? 

Cos’è la cancel culture? Fenomenologia della cancellazione

I Millennial e la GenZ lo sanno bene, ma per chi ancora non avesse capito di cosa stiamo parlando – o ancora non associa il fenomeno al suo nome – l’espressione cancel culture si traduce letteralmente in “cultura della cancellazione”. Prende il nome da ciò che avviene, o si tenta di far avvenire, a chi pubblicamente esprime opinioni considerate moralmente e intellettualmente inaccettabili. Si parla di una tendenza molto simile a quella dell’Internet shaming trattandosi, effettivamente, di un fenomeno esploso anche grazie a Internet. Sì, perché su internet tutto è per sempre. Tutto è indelebile. Qualsiasi contenuto creato e finito nel magico mondo della rete, farà sempre riferimento al suo autore, che dovrà prendersene la responsabilità di fronte a una giuria. Di quale giuria stiamo parlando? Quella virtuale, ovviamente, fatta di profili e user name che danno via alle danze di una nuova e attualissima gogna mediatica.

La questione della cancel culture sta dividendo le masse e gli intellettuali si schierano sempre più contro questa dinamica. La lettera aperta pubblicata a luglio 2020 dalla rivista americana Harper’s ha riunito circa 150 intellettuali tra cui Noam Chomsky, J.K. Rowling e Margaret Atwood sotto la stessa crociata - la difesa della libertà di parola – scatenando polemiche arrivate persino oltreoceano. 

Il modo per sconfiggere le cattive idee è l'esposizione, l'argomentazione e la persuasione, non il tentativo di metterle a tacere o di farle sparire.

 A Letter on Justice and Open Debate, Harper’s Magazine

Cancel culture, tra la cancellazione e la spettacolarizzazione

Il processo di cancellazione è toccato a molti. Star del cinema, attori, politici, pensatori, intellettuali, imprenditori. La cancel culture non risparmia nessuno, nemmeno i più facoltosi. Se sbagli, ti cancellano

Social Cancel Culture

Tra tutti gli scandali e i personaggi boicottati, quello che ha segnato il 2022 è stato uno soltanto: il processo Depp-Heard. Un divorzio diventato virale su TikTok tra parodie, teorie complottistiche e chi più ne ha più ne metta. Impossibile non aver seguito, volenti o nolenti, le vicissitudini della (ex) coppia di Hollywood che riassume perfettamente le dinamiche che sottendono la cultura della cancellazione.
Uno scandalo che sa di opposti: dall’iniziale cancellazione di lui, ostracizzato e bannato dal mondo dello spettacolo, alla spettacolarizzazione più assoluta del processo, fino ad arrivare ad un finale inaspettato. Un fenomeno mediatico che dice tanto di come funzioni la cancel culture. Su Internet le sentenze vengono emesse senza mezzi termini. Gli spettatori guardano dai propri schermi ciò che succede nelle vite private di persone famose, decidendo che cosa è giusto e cosa è sbagliato e soprattutto chi è il buono e chi no. Spesso, poi, andando davvero a fondo nelle cose ci si accorge che forse non è tutto bianco o nero. Ma a quel punto, a volte, è già tardi: una pagina è stata tagliata, una carriera è stata interrotta. 

Se invece di cancellarci, comunicassimo

Quella della cancel culture è sicuramente una questione controversa e spinosa. E in quanto tale, non ammette verità assolute. Ammette però il dibattito, quello stesso dibattito che forse tenta di zittire.  
Il punto forse è proprio questo: la cancel culture punta a eliminare il problema alla radice ma, al contrario, affronta solo la parte più superficiale. Chiude le porte, lancia sentenze, divide: chi è buono e chi no. Chi ha ragione e chi no. Si basa sull’idea che nessuno possa sbagliare, evolvere o cambiare prospettiva.

Se invece di usare Internet per accusare le persone e boicottarle lo usassimo per discutere. Parlare. Dibattere. Comunicare. Anche quando non siamo d’accordo, anche quando pensiamo che la verità – ammesso che ce ne sia una e che sia così nitida – sia dalla nostra parte.

Infondo, è l’unico modo per sentirci connessi.

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